La lotta tra Davide contro Golia – street art vs. business del settore immobiliare – sembra giunta ad un epilogo: la Corte Suprema degli Stati Uniti rigetta il ricorso di Gerald Wolkoff e David Wolkoff, proprietari del complesso immobiliare 5Pointz, Long Island, Queens, New York, confermando la decisione di appello.

Di Giada Iovane


A febbraio 2018 la Corte di Appello del Secondo Circuito, infatti, aveva condannato i proprietari dell’immobile al pagamento di 6,7 milioni di dollari da versare agli street artists (150.000 per ciascuna delle 45 opere che il giudice ha ritenuto degne di protezione), che avevano visto le loro opere distrutte, nonostante le disposizioni del Visual Artists Rights Act (di seguito, per brevità “VARA”).

Il fatto

Il caso inizia nel 1993 quando Jerry Wolkoff, proprietario di un vecchio complesso di magazzini industriali inutilizzati di circa 20.000 metri quadrati a New York, decide di concedere ad alcuni artisti locali l’utilizzo dei muri degli edifici di sua proprietà, come superficie per realizzare legalmente le loro opere.

Veniva così alla luce 5Pointz (il nome deriva dai 5 boroughs di New York) considerata a lungo la eldorado della street art, dove chiunque poteva andare a dipingere con solo il limite che i pezzi non rappresentassero opere politiche e pornografiche o immorali. Ufficialmente, nel 2002 il sito diventa la più grande esposizione di opere di street art all’aperto degli Stati Uniti.

Nel 2013, però, gli artisti citavano in giudizio l’imprenditore di fronte al Tribunale federale appellandosi al VARA, a seguito della decisione di Wolkoff di voler trasformare gli edifici in palazzine di lusso, con conseguente demolizione dei muri su cui erano state eseguite le opere.

Il VARA è una legge americana del 1990 a tutela del copyright, che può essere ricondotta a ciò che, in Europa, prende il nome di “diritti morali”, come il diritto di paternità dell’opera e di pentimento: per ottenere tutela secondo la sezione 106A del VARA è necessario trovarsi dinnanzi ad opere d’arte visiva di “recognized stature” e che siano a rischio di distruzione e/o cancellazione. L’artista di un’opera di “riconosciuta statura” può infatti opporsi alla sua distruzione ed eventuali modifiche alle opere richiedono un preavviso di almeno 90 giorni da comunicare ai creatori originali.

E’ interessante notare come sia stata riconosciuta l’applicabilità del VARA nonostante presso 5Pointz si verificasse un fenomeno – tipico della street art – c.d. di “distruzione creativa”: l’arte veniva spesso creata e poi sostituita da nuovi disegni, sovrapposti ai precedenti. Il processo di pittura, compreso chi era autorizzato a coprire o distruggere il lavoro di un altro artista, era governato da sistema di norme, tra cui la richiesta di permesso del curatore del sito Jonathan Cohen e il consenso dell’artista la cui opera doveva essere sovra-verniciata. Durante i suoi undici anni di vita, 5Pointz ha ospitato circa 10.650 opere d’arte.

La questione giuridica sottesa al fatto in questione, pertanto, si basa su un bilanciamento di interessi che si snoda tra il diritto del privato a fare ciò che vuole della sua proprietà (jus excludendi alios) e il copyright degli artisti sulle loro opere di street art.

Le decisioni dei giudici americani: dal primo grado fino alla recente statuizione della Supreme Court of the United States

La prima sentenza risale al 2017 quando, a seguito del ricorso di Cohen in qualità di curatore del sito, il giudice Frederic J. Block della Corte Distrettuale del Distretto Est di New York ha ritenuto applicabile il VARA al caso di specie, non essendo stato comunicato agli artisti il diritto di opporsi entro 90 giorni e ritenendo la street art meritevole di tutela nonostante la sua natura meramente “transitoria”. Per la prima volta si è ricondotta tale forma d’arte nel novero del VARA.

Tale giudizio è stato poi, nel febbraio 2020, confermato dalla Corte d’Appello del Secondo Circuito, la più alta corte federale dello Stato di New York, che addirittura utilizzando le stesse parole degli avvocati di Wolkoff ha rigettato il ricorso in quanto, secondo i giudici di appello l’esperto nominato da Wolkoff ha riconosciuto che un’opera d’arte temporanea può raggiungere una “statura riconosciuta”: nel dare credito a quanto riportato dal consulente di Wolkoff, la Corte di Appello ha menzionato le opere di 5Pointz, annoverandole tra le opere degne di tutela e citando a tal fine artisti non convenzionali come Christo e Banksy.

Inoltre, il Secondo Circuito ha dichiarato che la statura riconosciuta è un concetto dinamico e non tassativamente definito all’interno del VARA. “La componente più importante della statura”, ha affermato la Corte, “sarà la qualità artistica”. Un’opera è di statura riconosciuta quando è di alta qualità, status o calibro, riconosciuta come tale da una comunità. La comunità pertinente, secondo la Corte, è riconducibile alla comunità artistica, agli storici dell’arte, ai critici e simili: solo il riconoscimento da parte di tale comunità consente di garantire un’analisi scevra da un giudizio personale della Corte e, per ciò, fallace. Per di più, quando si tratta di determinare se un’opera ha raggiunto una statura riconosciuta, il VARA non fa distinzione tra opere temporanee e permanenti.

Il giudice, normalmente non può fondare la propria decisione su una valutazione soggettiva: l’eccezione proposta dal VARA consente, in effetti, al giudice di avvalersi di esperti che consentano una valutazione anche qualitativa dell’opera. A patto che i consulenti d’ufficio siano effettivamente in grado di valutare il pregio artistico di un’opera di street art.

Nonostante la pronuncia di ben due sentenze contrarie ampiamente motivate, i Wolkoff (specificamente il caso vede contrapporsi la società immobiliare G&M Realty L.P e Jonathan Cohen, il curatore, a nome degli artisti) hanno impugnato la sentenza davanti alla Corte Suprema di Washington DC: secondo tali Giudici, però, la street art è arte e come tale – nonostante la sua natura effimera – va tutelata. Questo è quanto disposto dalla recentissima decisione resa il 5 ottobre 2020.

Vengono quindi confermate e riprese le motivazioni che nei giudizi di grado inferiore hanno portato alla vittoria degli artisti: un caso destinato a far scuola. 

Chissà cosa sarebbe accaduto se, quando nel 1934 i Rockefeller decisero di distruggere il murale poco prima da loro commissionato a Diego Rivera perché considerato anticapitalista, ci fosse stato il VARA e un giudice come F. J. Block.

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