La Corte di Giustizia dell’Unione Europea (“CGUE”) si è espressa in favore della liceità dell’acquisizione da parte di Vivendi SA delle azioni di Mediaset. La motivazione alla base di tale decisione è la contrarietà della normativa interna – troppo scarna per perseguire e tutelare “un obiettivo di interesse generale” – alla libertà fondamentale di libero stabilimento di cui all’articolo 49 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea.

I giudizi nazionali

La sentenza della CGUE C-719/18 del 3 settembre 2020 pone fine all’annosa questione avente ad oggetto l’acquisizione da parte di Vivendi SA (società di origine francese operante nel settore dei media e delle comunicazioni) del 28,8% del capitale sociale di Mediaset (pari al 29,94% dei diritti di voto di quest’ultima).

Infatti, nel 2016, Mediaset aveva denunciato l’azione posta in essere da Vivendi – che già occupava una posizione rilevante nel settore italiano delle comunicazioni elettroniche – all’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni (“AGCOM”).

Secondo le argomentazioni di Mediaset esposte all’AGCOM, tale acquisizione violava l’articolo 43, comma 11 del Testo Unico dei Servizi di Media Audiovisivi e Radiofonici (“TUSMAR”, attuato in Italia tramite la Legge 3 maggio 2004, numero 112 – cosiddetta “Legge Gasparri”), che, allo scopo di salvaguardare il pluralismo dell’informazione, vieta a qualsiasi società i cui ricavi nel settore delle comunicazioni elettroniche, anche tramite società controllate o collegate, siano superiori al 40% dei ricavi complessivi di tale settore, di conseguire nel cosiddetto “sistema integrato delle comunicazioni” (“SIC”) ricavi superiori al 10% di quelli del sistema medesimo in Italia. Per la normativa interna, il raggiungimento di queste percentuali è quindi sufficiente per mettere a repentaglio il pluralismo informativo e, conseguentemente, per essere contrario al TUSMAR.

Con la Delibera AGCOM numero 178/17/CONS del 18 aprile 2017, si constatava la violazione della disposizione del TUSMAR sopra richiamata e si ordinava a Vivendi di porre fine a tale violazione.

Vivendi allora trasferiva ad una società terza (Simon Fiduciaria) la proprietà del 19,9 % delle azioni di Mediaset, ma proponeva comunque ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio richiedendo l’annullamento della delibera.

Ed è proprio tale ultima autorità che si rivolge alla CGUE. La questione per la quale veniva richiesto l’intervento del giudice europeo è inerente alla libertà di stabilimento sancita dall’articolo 49 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (“TFUE”). Più nello specifico, se è contraria a tale libertà la normativa di uno Stato Membro che ha l’effetto di impedire ad una società di un altro Stato Membro – i cui ricavi realizzati nel settore delle comunicazioni elettroniche a livello nazionale, anche tramite società controllate o collegate, sono superiori al 40% dei ricavi complessivi di tale settore – di conseguire nel SIC ricavi superiori al 10% di quelli del settore medesimo.

La Sentenza della CGUE 

La Corte risponde in senso contrario rispetto al parere dei giudici interni, argomentando come segue.

La portata della libertà fondamentale di libero stabilimento di cui all’articolo 49 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea osta a qualsiasi provvedimento nazionale che possa ostacolare o scoraggiare l’esercizio, da parte dei cittadini dell’Unione, della libertà di stabilimento garantita dal TFUE.

Considerando che la normativa italiana vieta a Vivendi di mantenere le partecipazioni che essa aveva acquisito in Mediaset o che già deteneva in Telecom Italia, nella misura in cui esse eccedevano le soglie previste, questa cozza con tale libertà.

La CGUE argomenta affermando che:

anche se una restrizione alla libertà di stabilimento può, in linea di principio, essere giustificata da un obiettivo di interesse generale, quale la tutela del pluralismo e dell’informazione dei media, ciò non avviene nel caso della disposizione in questione, non essendo quest’ultima idonea a conseguire tale obiettivo”.

La Corte rileva, peraltro, che la disposizione italiana “definisce in modo troppo restrittivo il perimetro del settore delle comunicazioni elettroniche, escludendo in particolare mercati che rivestono un’importanza crescente per la trasmissione di informazioni“ (ad esempio, i servizi al dettaglio di telefonia mobile) eccependo quindi l’inidoneità della stessa a tutelare il pluralismo dell’informazione dei media.

La Corte constata, inoltre, che equiparare la situazione di una “società controllata” a quella di una “società collegata”, nell’ambito del calcolo dei ricavi realizzati da un’impresa nel settore delle comunicazioni elettroniche o nel SIC, non appare conciliabile con l’obiettivo perseguito dalla disposizione in questione“.

Quindi, per i giudici del Lussemburgo la norma italiana che “impedisce a Vivendi di acquisire il 28% del capitale di Mediaset è contraria al diritto dell’Unione“. 

L’effettivo rischio per il pluralismo informativo come unico parametro di giudizio

Uno dei punti più rilevanti che si evincono dalla pronuncia della CGUE, è la distinzione tra la produzione di contenuti e la loro trasmissione. Infatti, le imprese operanti nel settore delle comunicazioni elettroniche, che esercitano un controllo sulla trasmissione dei contenuti, non esercitano necessariamente un controllo sulla produzione degli stessi. Ebbene, la previsione italiana sotto esame non fa riferimento ai collegamenti tra la produzione e la trasmissione dei contenuti e non è neppure formulata in modo da applicarsi specificamente a tali collegamenti.

Anche in relazione al pluralismo informativo, principio cruciale in tema di media, la Corte aggiunge che la disposizione italiana fissa soglie che non consentono di determinare se e in quale misura un’impresa possa effettivamente influire sul contenuto dei media e non presentano un nesso con il rischio che corre il pluralismo dei media. La norma del TUSMAR si rivela quindi lacunosa di alcuni elementi essenziali per essere considerata un idoneo parametro in base al quale decretare l’effettivo rischio per il pluralismo informativo insito in una determinata azione, quale quella di Vivendi.

La decisione dell’AGCOM è stata quindi considerata sproporzionata rispetto alla sua finalità di tutela del pluralismo dell’informazione, mentre la doppia partecipazione in Tim e Mediaset da parte di Vivendi non è comunque idonea a giustificare il provvedimento.

Conseguentemente, quasi cinque anni dopo, la questione sembra avviarsi verso una conclusione dalla quale ad uscirne vittoriosa è Vivendi. 

Di Dario Malandrino


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