Comuni: la pubblicazione in albo non può eccedere il termine di 15 giorni. La Corte di Cassazione si è recentemente pronunciata sul rapporto tra privacy e trasparenza che, nell’equilibrio tra burocrazia e cittadini, vengono sempre più spesso – erroneamente – considerati come interessi  contrapposti anziché speculari.

I giudici della Suprema Corte, con ordinanza n. 18292/2020 depositata in cancelleria in data 3 settembre 2020, hanno condannato un Comune di circa cinquemila abitanti, per la pubblicazione nella sezione albo online di dati personali di una dipendente dell’Ente oltre il periodo di 15 giorni previsto dalla legislazione vigente.

La Corte, nel confermare la legittimità della sanzione irrogata dal Garante Privacy, ha chiarito che la sanzione non è relativa alla pubblicazione delle determinazioni dirigenziali bensì al mantenimento della pubblicazione oltre il termine di quindici giorni, così come previsto dall’art. 124 del Testo Unico sugli Enti Locali (D. Lgs. n. 267/2000).

Nello specifico, erano state mantenute visibili per oltre dodici mesi, quindi per un tempo ben più lungo di quello stabilito dalla legge, delle determinazioni dalle quali risultavano sia il nome e il cognome della dipendente che l’esistenza di un contenzioso tra la stessa e l’amministrazione,  unitamente al suo stato di famiglia e al mancato accoglimento della richiesta di rateizzazione del dovuto.

All’interno dell’ordinanza viene infatti precisato che la pubblicazione:

“non poteva ritenersi consentita per un tempo eccedente i quindici giorni, in quanto riguardava notizie relative alla vita privata dell’impiegata (il suo stato di famiglia, il fatto di vivere sola, la proposizione di domanda di rateizzazione, il mancato accoglimento della stessa), le quali non afferivano all’assetto organizzativo degli uffici e pertanto non potevano ricondursi alle esigenze di trasparenza amministrativa”.

Ad avviso dell’Ente, la pubblicazione sarebbe stata  imposta dall’art. 11 del Decreto legislativo n. 150/2009 che dispone l’accessibilità totale delle informazioni concernenti l’organizzazione, gli andamenti gestionali e l’utilizzo delle risorse anche attraverso lo strumento della pubblicazione sui siti istituzionali delle amministrazioni pubbliche, allo scopo di attuare il principio democratico e i principi di imparzialità e buon andamento dell’azione amministrativa. In questo modo ha dato atto di far pendere l’ago della bilancia a favore del principio della trasparenza in luogo di quello alla  privacy. Contrariamente a questa interpretazione, la Corte ha ritenuto che la pubblicazione di quei dati non poteva ritenersi legittimata dall’articolo 11 sopra citato dal momento che le notizie relative alla vita privata dell’impiegata non riguardavano alcun “aspetto dell’organizzazione”, nè costituivano “indicatori relativi agli andamenti gestionali e all’utilizzo delle risorse”, nè rappresentano “risultati dell’attività di misurazione e valutazione svolta dagli organi competenti”.

Nel caso di specie, in particolare, trattandosi della pubblicazione di una determinazione dirigenziale, trova applicazione l’articolo 124 del Testo Unico sugli Enti Locali che prevede la pubblicazione in albo per quindici giorni consecutivi.

L’ordinanza rigetta altresì la giustificazione in base alla quale la rimozione dall’albo pretorio online non sarebbe stata attribuibile all’Ente bensì a un consulente esterno cui l’amministrazione aveva affidato l’incarico di configurare il sito internet in conformità alla normativa vigente. Sul punto la Cassazione, rilevando un’autonoma responsabilità della persona giuridica, ha ritenuto configurarsi una “colpa di organizzazione” da parte del titolare del trattamento che non ha posto in essere le cautele organizzative e gestionali tali da prevenire la commissione di illeciti.

Si ricordi, a tal proposito, che ogni amministrazione nell’istituire un unico albo online raggiungibile dalla pagina iniziale del sito web istituzionale, è tenuta contestualmente a disciplinare la pubblicità legale con un atto organizzativo. In tale contesto, nel maggio del 2016, l’Agenzia per l’Italia Digitale, con la pubblicazione delle Linee Guida sulla pubblicità legale dei documenti e sulla conservazione dei siti web della P.A., ha precisato che la pubblicità legale può essere realizzata sia secondo il modello interno (e quindi da parte del soggetto produttore dei documenti amministrativi informatici) che secondo quello esterno (esternalizzando, in tutto o in parte, l’attività a soggetti pubblici e privati che offrano idonee garanzie organizzative e tecnologiche).

Oltre a dotarsi di un regolamento sulla tenuta dell’albo pretorio, a  livello operativo, è poi consigliabile ricorrere all’automazione del procedimento di pubblicazione degli atti in albo pretorio. Infatti, in tal caso, , una volta decorso il termine di pubblicazione, sarebbe lo stesso sistema informatico a impedire la visibilità del documento. 

Pertanto, la definizione di un adeguato assetto organizzativo così come delineata dalla Corte, sembra senza dubbio ancorarsi  alla traduzione in pratica del principio di accountability (conosciuto anche come principio di responsabilizzazione) di cui è investito il titolare del trattamento e che permea l’intero Regolamento generale sulla protezione dei dati personali.  

Non risulta difficile credere infatti che, nel caso in cui la violazione fosse stata rilevata sotto la vigenza del Regolamento UE 2016/679 in luogo del Codice Privacy, la sanzione – prima – e la condanna – poi – sarebbero state  molto più aspre.

Di Marilara Coppola


Immagine di Glenn Carstens-Peters su Unsplash

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