La Corte di Cassazione con una recente sentenza ha ritenuto che un file informatico è una cosa mobile, e con la sentenza del  7 novembre 2019, n. 11959 (Per uno dei primi commenti in dottrina, si veda, Cristina Zannotti, Appropriazione indebita di files? Il file, come l’aria, è un bene immateriale che può essere “concretizzato” solo attraverso un supporto, in Giustizia penale, 2020, in corso di pubblicazione, già pubblicato in, Sicurezza e Giustizia, III, 2020.) ha formulato il seguente principio di diritto:

“i dati informatici (files) sono qualificabili come cose mobili ai sensi della legge penale e, pertanto, costituisce condotta di appropriazione indebita la sottrazione da un personal computer aziendale, affidato per motivi di lavoro, dei dati informatici ivi collocati, provvedendo successivamente alla cancellazione dei medesimi dati e alla restituzione del computer formattato.”

L’imputato era stato condannato in primo grado dal Tribunale di Torino per i reati di cui agli artt. 635-quater e 646 c.p (appropriazione indebita) e successivamente, la Corte d’appello, in parziale riforma della sentenza impugnata, l’aveva assolto dal reato di danneggiamento informatico, confermando invece la pronuncia di responsabilità in ordine al reato di appropriazione indebita dei files sostanzialmente nei termini sopra enunciati.

Le argomentazioni della Suprema Corte però non convincono.

Il reato di appropriazione indebita si configura quando un soggetto agente, possessore di denaro o cosa mobile altrui, compie su quest’ultimi atti di disposizione non rientranti nelle prerogative che gli attribuiva il titolo legittimo dal quale discende la situazione possessoria. Il soggetto agente deve pertanto possedere il denaro o la cosa mobile di proprietà altrui in virtù di un qualsiasi titolo che gli abbia legittimamente trasferito il possesso. Il soggetto agente, nel commettere l’illecito deve quindi compiere atti incompatibili con una volontà restitutoria, e compatibili con il fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto.

Cos’è un file?

Ma per capire se può appropriarsi di un file occorre capire prima cos’è un file.

Il termine file (termine inglese) è traducibile come “archivio” o “schedario” ma in informatica, indica un contenitore di informazioni/dati in formato digitale, tipicamente presenti su un supporto digitale di memorizzazione opportunamente formattato in un determinato file system. Le informazioni scritte e codificate al suo interno sono leggibili solo tramite uno specifico software in grado di effettuare l’operazione. La parola bit deriva da BInary digiT, termine inglese che significa cifra binaria e che noi siamo abituati a rappresentare con i simboli “0” e “1”. Il byte, invece, è l’entità elementare di memorizzazione dell’informazione ed è costituita da 8 bit. Il singolo bit, unità minima di misurazione dell’informazione digitale, pertanto, non ha nulla di “materiale”.

Il file appare soltanto una rappresentazione digitale in numeri, basata su un sistema binario. Solo quando questi “impulsi”, attraverso la materiale digitalizzazione di una parola sulla tastiera di un computer, vengono decodificati da un software, solo allora diventeranno intellegibili e memorizzabili su supporto informatico o stampabili su carta (“01000011 01101001 01100001 01101111” corrisponde e viene decodificato nella parola “ciao”).

Peraltro è opportuno precisare che il file, una volta decodificato, non esiste come entità a sé stante o autonoma. Esiste solo in quanto incorporato su un’entità materiale che viene chiamato supporto di conservazione o memorizzazione (come, ad esempio, l’hardisk di un computer, oappunto un foglio di carta). Memorizzare un file significa appunto “inserirlo” e collocarlo in una sorta di libreria, nella quale, secondo combinazioni informatiche, può sistemarsi “spezzettandosi” in tante piccole parti. Solo il software installato sull’elaboratore (supporto-computer) permetterà, attraverso il sistema binario, di ricomporlo e quindi recuperarlo alla bisogna, magari per la lettura o per la modifica.

Pensiamo ad esempio all’aria o all’energia elettrica, sono beni immateriali esattamente come il byte e il fatto di essere misurabili (Atmosfere o KWh) non determina automaticamente che essi siano “materializzabili” e quindi suscettibili di apprensione senza un supporto fisico (un hardisk ovvero una bombola o un contenitore d’aria sotto pressione).

E’ quindi il supporto fisico (hard disk) ad essere oggetto di apprensione (eventualmente illecita) e attraverso di esso i byte ivi contenuti. Ma se, come nel caso di specie i files sono stati cancellati definitivamente e l’hard disk è stato restituito vuoto si potrebbero configurare altri delitti ma certamente non quello di appropriazione indebita.

E’ il concetto di file come cosa mobile per la configurabilità del delitto di cui all’art. 646 c.p. che costituisce un errore sostanziale perché il file è un bene immateriale anche se è suscettibile di trasferimento e di misurazione e la norma penale deve essere sempre aderente al principio di stretta legalità.

Quando il legislatore ha voluto considerare agli effetti della legge penale lo stato di cosa mobile all’energia elettrica lo ha fatto modificando la norma dell’art. 624 c.p. sul furto aggiungendo un secondo comma (L. n. 205 del 25.6.1999, art. 12). Ad oggi il legislatore non ha inteso considerare i files come una cosa mobile e appare un po’ forzata la pronuncia della Suprema Corte anche in considerazione delle numerose contraddizioni che emergono dalle motivazioni.

L’interpretazione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte infatti parla di una struttura “mobilizzabile” del file (“il file è l’insieme di dati, archiviati o elaborati, cui sia stata attribuita una denominazione secondo le regole tecniche uniformi; si tratta della struttura principale con cui si archiviano i dati su un determinato supporto digitale). E’ di tutta evidenza che nel motivare in questo modo ammette che non esiste un file senza un supporto materiale “digitale” idoneo a contenerlo. Proprio a questo proposito e contraddicendosi ancora, il Collegio ammette che in ogni caso “resta insuperabile la caratteristica, assente nel file, ossia la capacità di materiale apprensione del dato informatico”.

Appare pertanto evidente che il delitto di appropriazione indebita, in assenza di un dettato normativo specifico non può essere esteso con questa interpretazione senza violare il principio di legalità della norma penale (art. 25 Cost) e i suoi corollari: principio di tassatività, di determinatezza e precisione della norma penale. Corollari e garanzie che, per orientamento consolidato –risalente almeno ai primi anni ’60 – appaiono peraltro oggetto di più diretta  menzione  nella  più  esplicita  formulazione dell’art. 1 c.p.  (ove si stabilisce che “Nessuno  può essere  punito  per  un  fatto  che  non  sia espressamente preveduto dalla legge come reato, né con pene che non siano da essa stabilite”).

La Cassazione nella pronuncia si contraddice più volte infatti, riconosce l’immaterialità del bene (“pur se difetta il requisito della apprensione materialmente percepibile del file in sé considerato, se non quando esso sia fissato su un supporto digitale che lo contenga”), ma poi afferma che il file tout court non può essere considerato cosa mobilesenza un “supporto digitale” e quindi materiale; salvo poi aggiungere, ad avviso di chi scrive in modo errato, che “di certo il file rappresenta una cosa mobile definibile quanto alla struttura, alla possibilità di misurarne l’estensione e la capacità di contenere dati, suscettibile di essere trasferito da un luogo ad un altro, anche senza l’intervento di strutture fisiche”.

Tale affermazione, per i motivi sopra esposti appare azzardata anche perché confonde la capacità di trasferimento dei flussi dei dati informatici con la loro incapacità di materializzarsi senza un supporto fisico.

La forzatura interpretativa della Suprema Corte lascia sorpresi anche perché più agevolmente potevano essere ritenuti configurabili altri delitti informatici e non. Non resta che attendere e vedere se nel futuro gli ermellini torneranno sui loro passi.

Di Stefano Aterno


Immagine di Wesley Tingey su Unsplash

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