Di Stefano Aterno

In tema di acquisizione dei tabulati telefonici qualche mese fa su questo stesso blog e con questo articolo[1] avevamo provato a sottolineare come gli effetti della sentenza del 2 marzo 2021 della Corte di Giustizia dell’Unione Europea nella causa C 746/18 non avrebbero creato troppi problemi alle indagini e come la presenza nel nostro ordinamento dell’articolo 132 del codice privacy e del necessario decreto del Pubblico ministero avrebbero fatto la differenza rispetto al caso trattato dalla Corte di Giustizia. Avevamo anche sottolineato come nel nostro ordinamento, a differenza di quello Estone, il pubblico ministero è un appartenente alla magistratura al pari degli organi giudicanti e non  è un  organo del Governo. La questione ha visto molte posizioni contrarie ma con motivazioni non sempre sufficientemente fondate. Uno dei punti incompresi dai più è rappresentato dall’assenza di una normativa europea chiara e precisa e con una direttiva 2002/58/CE ormai troppo generica e in via di superamento dalla nuova direttiva e-privacy che tra le altre cose sui tabulati non prende affatto posizione rimandando alla legislazione interna dei paesi membri.

Sono passati pochi mesi e, dopo l’orientamento dei giudici  per le  indagini preliminari del Tribunale di Roma che avevano sostanzialmente rigettato ogni eccezione in quanto è necessaria una norma europea chiara e non ancora emanata, il 15 giugno scorso è arrivato anche il provvedimento del Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Tivoli il quale si è pronunciato allo stesso modo, sostenendo che la sentenza della CGUE non può trovare immediata e diretta applicazione nel nostro ordinamento.

La Corte di giustizia dell’Unione Europea il 2 marzo scorso ha affermato il principio secondo cui l’articolo 15, paragrafo 1, della direttiva 2002/58/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 12 luglio 2002 deve essere interpretato nel senso che esso osta ad una normativa nazionale, la quale consenta l’accesso di autorità pubbliche ad un insieme di dati relativi al traffico o di dati relativi all’ubicazione, idonei a fornire informazioni sulle comunicazioni effettuate da un utente di un mezzo di comunicazione elettronica o sull’ubicazione delle apparecchiature terminali da costui utilizzate e a permettere di trarre precise conclusioni sulla sua vita privata, per finalità di prevenzione, ricerca, accertamento e perseguimento di reati, senza che tale accesso sia circoscritto a procedure aventi per scopo la lotta contro le forme gravi di criminalità o la prevenzione di gravi minacce alla sicurezza pubblica.

Secondo l’ordinanza del GIP del Tribunale di Tivoli l’impostazione della CGUE deve essere confrontata con l’assetto normativo attualmente delineatosi nel nostro ordinamento e, in particolare, con il consolidato orientamento della Suprema Corte secondo cui, in tema di acquisizione dei dati contenuti nei cd. tabulati telefonici, la disciplina italiana di conservazione dei dati di cui all’art. 132 d. lgs. 196/2003 deve ritenersi compatibile con le direttive in tema di privacy, e ciò poiché la deroga stabilita dalla norma alla riservatezza delle comunicazioni è prevista dall’art. 132 cit. per un periodo di tempo limitato, ha come esclusivo obiettivo l’accertamento e la repressione dei reati ed è subordinata alla emissione di un provvedimento di una autorità giurisdizionale indipendente com’è appunto il pubblico ministero. Il Giudice per le indagini preliminari rileva pertanto un contrasto (neanche dichiarato in modo chiaro dalla CGUE  ma solo interpretativo)  tra la Corte di Cassazione e la CGUE in ordine alla compatibilità dell’art. 132 d. lgs. 196/2003 con la Direttiva 2002/58/CE, almeno laddove tale norma nazionale prevede la competenza del Pubblico Ministero ad autorizzare (con “decreto motivato”) l’acquisizione dei tabulati telefonici. Ad avviso del Giudice di Tivoli, se, da un lato, è indubitabile che debba attribuirsi ai principi espressi nelle sentenze CGUE il valore fondante del diritto comunitario con efficacia “erga omnes nell’ambito della Comunità, dall’altro, l’attività interpretativa del significato e dei limiti di applicazione delle norme comunitarie, operata nelle sentenze CGUE, può avere efficacia immediata e diretta nel nostro ordinamento limitatamente alle ipotesi in cui non residuino, negli istituti giuridici regolati, concreti problemi applicativi e correlati profili di discrezionalità che richiedano l’intervento del legislatore nazionale, tanto più laddove si tratti di interpretazioni di norme contenute nelle direttive.  L’interpretazione proposta dalla CGUE appare, secondo il giudice,  generica nell’individuazione dei casi nei quali i dati di traffico telematico e telefonico possono essere acquisiti (“lotta contro le forme gravi di criminalità” o “prevenzione di gravi minacce alla sicurezza pubblica”), essendo evidente che tali aspetti non possono essere disciplinati da singole (e potenzialmente contrastanti) decisioni giurisprudenziali, dovendosi demandare al legislatore nazionale il compito di trasfondere i principi interpretativi delineati dalla Corte in una legge dello Stato. Sul punto, da queste pagine, non si può non concordare con le motivazioni dell’ordinanza di Tivoli alle quali vanno aggiunte anche le altre descritte nell’articolo sopra citato  confermando, nel complesso, che la sentenza della CGUE non può trovare  diretta applicazione in Italia fino a quando non interverrà il legislatore italiano ed anche europeo in  quanto allo stato può e deve ritenersi applicabile l’art. 132 d. lgs. 196/2003 in assenza di una precisa e chiara normativa europea e in presenza di una disciplina e-privacy di prossima applicazione che poco dice sui dati di traffico e rimanda alla normativa dei paesi membri.[2]


[1] Data retention: la sentenza della Corte di Giustizia europea sull’acquisizione dei dati di traffico (telefonico e telematico). Uno sguardo alla situazione italiana, https://www.e-lex.it/it/data-retention-la-sentenza-della-corte-di-giustizia-europea-sullacquisizione-dei-dati-di-traffico-telefonico-e-telematico-uno-sguardo-alla-situazione-italiana/

[2] Art. 7 Proposta di Regolamento ePrivacy 2021, “Salvo un margine di differenziazione a cura degli Stati membri nei casi previsti dallo stesso regolamento per leggi speciali in materia di sicurezza nazionale negli ambiti e nei limiti previsti dallo stesso Regolamento misura di conservazione che rispetti l’essenza dei diritti e delle libertà fondamentali e sia una misura necessaria e proporzionata in una società democratica, al fine di salvaguardare la prevenzione, l’indagine, l’accertamento o il perseguimento dei reati o l’esecuzione delle sanzioni penali, nonché la salvaguardia e la prevenzione delle minacce alla sicurezza pubblica, per un periodo limitato.

La durata del mantenimento può essere prorogata qualora persistano minacce alla sicurezza pubblica dell’Unione o di uno Stato membro. (Art.7)

Immagine di fabio su Unsplash

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