La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, il 22 giugno 2021, è intervenuta con una sentenza nei confronti del titolare della più famosa piattaforma on-line di condivisione e visualizzazione di contenuti multimediali in rete, YouTube – controllata di Google-, per chiarire, in parte, quando è possibile addebitare la responsabilità in capo ai titolari delle piattaforme multimediali.

Di Daniele Lo Judice 

La fattispecie oggetto della sentenza in esame riguarda il caso di Frank Peterson, produttore e discografico tedesco, che ha denunciato YouTube a causa del caricamento, da parte di alcuni utenti, di fonogrammi di cui detiene diritti.

Il Tribunale tedesco, al fine di risolvere la controversia, ha richiesto il parere della Corte, la quale ha dovuto nuovamente interpetrare l’art. 3 della direttiva InfoSoc, di seguito riportato: “Nelle condizioni attuali gli operatori delle piattaforme online non effettuano in linea di principio una comunicazione diretta al pubblico di contenuto protetto da copyright caricato illegalmente dagli utenti”[…] “Tuttavia questi operatori trasmettono effettivamente il contenuto violando il copyright laddove contribuiscano, nella misura in cui non si limitano a mettere semplicemente a disposizione delle piattaforme, a rendere accessibile questo genere di contenuto al pubblico”

Inoltre, la sentenza suddetta richiama l’art. 14 della direttiva 2000/31/CE del’8.6.2000 (c.d. “direttiva sul commercio elettronico”) che prevede espressamente:” Gli Stati membri provvedono affinché, nella prestazione di un servizio della società dell’informazione consistente nella memorizzazione di informazioni fornite da un destinatario del servizio, il prestatore non sia responsabile delle informazioni memorizzate a richiesta di un destinatario del servizio, a condizione che detto prestatore: a) non sia effettivamente al corrente del fatto che l’attività o l’informazione è illecita e, per quanto attiene ad azioni risarcitorie, non sia al corrente di fatti o di circostanze che rendono manifesta l’illegalità dell’attività o dell’informazione”.

Quindi, i titolari di piattaforme on line di contenuti multimediali  e di file sharing non possono essere esonerati dalla responsabilità per atti che comportano la violazione del diritto d’autore, posti in essere da parte dei loro utenti, se ne hanno consapevolezza. Dunque, tale responsabilità viene meno qualora il titolare  non sia effettivamente al corrente del fatto.

Un altro motivo che sembra abbia fatto propendere la Corte  dall’esonerare i titolari delle piattaforme dalle responsabilità della condivisone riguarda proprio la questione di chi compia, direttamente, l’atto di comunicazione al pubblico lesivo del diritto d’autore.

Infatti, nel caso di specie non si configura una comunicazione diretta al pubblico da parte dei titolari delle piattaforme, in quanto, la comunicazione di contenuti illecitamente condivisi avviene da parte degli utenti e non dei titolari.

È utile, ai fini di una più chiara comprensione della sentenza in esame, analizzare la posizione della Corte di Giustizia in merito alle responsabilità dell’hosting provider passivo e attivo.

Infatti, a seconda che la piattaforma si qualifichi in un senso o nell’altra muta la responsabilità che ne deriva. Si definisce attivo l’hosting provider che, compie delle condotte che esulano da un servizio di ordine meramente tecnico quali, ad esempio,  filtro, indicizzazione, organizzazione, catalogazione, uso, modifica, estrazione, promozione dei contenuti oppure che adotta una tecnica di valutazione del comportamento degli utenti per aumentarne la fidelizzazione. L’hosting provider passivo non ha alcun ruolo nella comunicazione al pubblico, ma ha una funzione di mero intermediario tra l’autore dei contenuti multimediali e l’utente.

Pertanto, l’hosting provider passivo  potrà beneficiare dell’esenzione di responsabilità di cui agli artt. 14 della direttiva sul commercio elettronico (2000/31/CE) e 16 del d.lgs. n. 70/2003 (“decreto e-commerce”) e, quindi non sarà addebitabile nessun tipo di responsabilità derivante dal caricamento dei contenuti multimediali sulla piattaforma da parte degli utenti.

La ratio di tale distinzione è rinvenibile proprio nel fatto che l’hosting passivo non compie alcun comportamento connesso alle azioni dell’utente che carica i contenuti multimediali, in quanto , quest’ultimo mette a disposizione semplicemente la piattaforma come se fosse una vetrina ove vengono riposti a disposizioni del pubblico i propri contenuti e ognuno ha la facoltà di ascoltarli, visualizzarli etc.

Nella sentenza qui analizzata, Youtube, qualificandosi come hosting provider passivo e non compiendo alcuna attività di interazione con i contenuti multimediali degli utenti, è stata ritenuta dalla Corte esente da ogni forma di responsabilità derivante dalla violazione ad essa contestata, in quanto priva di alcun obbligo di  controllo in merito alle operazioni che gli utenti realizzano con quanto condiviso sulla piattaforma.

Immagine di Szabo Viktor su Unsplash 

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