La Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto il ricorso di Facebook Inc mediante il quale, il gigante californiano, chiedeva di sottrarsi a una class action da 15 miliardi di dollari che accusa l’azienda di tracciare illegalmente le attività internet degli utenti anche quando sono disconnessi dalla piattaforma di social media

Di Maria Vittoria Aprigliano


I giudici della Corte Suprema degli USA hanno rigettato l’appello proposto da Facebook avverso la sentenza di primo grado che ha riconosciuto la violazione, da parte del noto social network, del Wiretap Act[1].

Secondo i giudici di prime cure, infatti, Facebook avrebbe tracciato segretamente le visite a siti web degli utenti che utilizzano alcune delle funzioni del social (come, ad esempio, il pulsante “mi piace”).

A seguito di detta decisione, quattro utenti hanno presentato domanda, presso la Corte Federale della California, per una class action a livello nazionale chiedendo 15 miliardi di dollari di danni per le attività di tracciamento non consensuale (sospese dall’azienda dopo essere venute alla luce) attuate da Facebook tra il 2010 e il 2011.

Secondo i ricorrenti, Facebook avrebbe utilizzato caratteristiche plug-in[2] (che, generalmente, le terze parti incorporano nei loro siti web per tracciare la cronologia di navigazione degli utenti e che, se utilizzati assieme ai cookies[3], possono aiutare a identificare gli utenti in internet) con l’intento di confezionare i dati illegittimamente tracciati per venderli agli inserzionisti e trarne profitto.

Dal canto suo, Facebook Inc ha dichiarato di utilizzare i dati che riceve solamente per adeguare i contenuti mostrati agli utenti alle loro stesse preferenze, nonché, per migliorare il suo servizio di annunci.

Secondo la decisione adottata dalla Corte d’Appello del 9° Distretto degli Stati Uniti: “Facebook’s user profiles would allegedly reveal an individual’s likes, dislikes, interests and habits over a significant amount of time, without affording users a meaningful opportunity to control or prevent the unauthorized exploration of their private lives[4]

Infatti, il Wiretap Act proibisce l’intercettazione delle comunicazioni elettroniche esentando, però, dal divieto i soggetti che sono parti della comunicazione (il mittente o il destinatario designato delle informazioni).

In proposito, nel suo appello alla Corte Suprema, Facebook si è dichiarata non responsabile ai sensi del Wiretap Act in quanto la società di Menlo Park sarebbe una parte delle comunicazioni in questione in virtù dell’utilizzo dei suoi plug-in.

Facebook, che vanta più di 200 milioni di iscritti negli Stati Uniti, ha inoltre dichiarato di proteggere la privacy dei suoi utenti e che, ad ogni modo, non dovrebbe essere ritenuta responsabile per le ordinarie modalità di comunicazioni computer-to-computer.


[1] Diversamente dall’appello che prende in considerazione solo l’asserita violazione della legge federale (il Wiretap Act), durante il procedimento di primo grado Facebook è stata anche accusata di aver violato i diritti privacy dei suoi utenti tutelati dalla legge della California.

[2] In campo informatico, i plug-in sono pezzi di codice o veri e propri programmi non autonomi che interagiscono con un altro programma per ampliarne o estenderne le funzionalità originarie, già realizzate dal programma principale o da un altro plug-in.

[3] In informatica, i cookies sono file di informazioni che i siti web memorizzano sul computer dell’utente di Internet durante la navigazione, specificamente allo scopo di identificare chi ha già visitato il sito in precedenza.

[4] IT: “I profili degli utenti Facebook rivelerebbero presumibilmente i gusti, le antipatie, gli interessi e le abitudini di un individuo per un periodo di tempo significativo, senza offrire agli utenti un’opportunità significativa di controllare o prevenire l’esplorazione non autorizzata delle loro vite private.”

Immagine di Alex Haney su Unsplash

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