La vicenda del feto sepolto con il nome della madre e l’avvio dell’istruttoria del Garante Privacy. Il 30 settembre 2020, il Garante per la protezione dei dati personali ha comunicato l’avvio di un’istruttoria sulla vicenda del feto sepolto con il nome della madre, allo scopo di accertare la conformità dei comportamenti, assunti da parte dei soggetti pubblici coinvolti, con la disciplina in materia di protezione di dati personali. 

A seguito di una denuncia pubblica attraverso un post su Facebook, la scorsa settimana è dilagata la notizia – divenuta poi titolo principale di numerose testate giornalistiche – dell’esistenza di un’ala del cimitero Flaminio di Roma, ove sono sepolti i feti abortiti, recanti sulla lapide il nome delle donne che hanno deciso di non portare a termine la gravidanza e la data.

Dalla condivisione sul social network, si legge che la donna protagonista della vicenda aveva negato alla struttura sanitaria alla quale si era rivolta di procedere alla sepoltura del feto “per motivi personali” e che solo, dopo sette mesi, era venuta a conoscenza della presenza di una tomba del figlio con il proprio nome sopra. È quindi scattata la denuncia pubblica in cui lamentava la mancanza di consenso e di conseguenza, la violazione della privacy. 

Il post è stato condiviso da più di novemila persone. La scoperta dell’esistenza nel territorio nazionale dei “cimiteri per feti” ha sollevato un ampio dibattito pubblico che vede numerose iniziative da parte di associazioni attiviste, ma al contempo una richiesta di intervento parlamentare e un’interrogazione al presidente della regione Lazio. 

La normativa in materia

Dal punto di vista normativo, non vi è una legge nazionale che disciplini la gestione delle sepolture. La regolamentazione è infatti rimessa alle singole Regioni. Le uniche disposizioni che si rinvengono sono contenute all’interno di un regolamento nazionale del 1990, ancora vigente, e una legge del 2003 nei quali è previsto in modo generico che i feti abortiti tra ventesima fino alla ventottesima settimana siano sepolti da parte delle aziende ospedaliere, incaricate alla tumulazione. Infatti, è così disposto testualmente dall’art. 7 co. 2: 

Per la sepoltura dei prodotti abortivi di presunta età di gestazione dalle 20 alle 28 settimane complete e dei feti che abbiano presubilmente compiuto 28 settimane di età intrauterina e che all’ufficiale di stato civile non siano stati dichiarati come nati morti, i permessi di trasporto e di seppellimento sono rilasciati dall’unità sanitaria locale”. 

Si evince, pertanto, che sia la struttura sanitaria locale il soggetto responsabile alle comunicazioni, e soprattutto alla raccolta dei consensi da parte delle madri per la successiva gestione della pratica. 

La vicenda solleva senza dubbio numerose tematiche etiche, che vanno dal diritto all’autodeterminazione femminile, ossia quello di scegliere liberamente e responsabilmente su tutte le questioni inerenti al proprio corpo – e la libertà di poterlo fare – senza alcuna discriminazione, ai diritti soggettivi del feto. Temi che – seppur centrali e di estrema importanza – danno vita ad un’accesa lotta che dimentica l’urgenza di prestare immediata tutela alle numerose donne che vedono esposti fatti relativi alla propria vita personale e alla loro salute, a danno della loro riservatezza. 

Invero, il caso di specie non è isolato. Erano già emerse considerazioni inerenti al mancato rispetto della vita privata delle donne che vivevano l’esperienza dell’aborto e la conseguente questione delle tumulazioni dei feti.  

Nel 2015, il comune di Torino e quello di Recanati si erano interrogati sulla normativa, approvando delle disposizioni che garantissero maggiormente la riservatezza delle donne. Il comune di Recanati adottava così un nuovo regolamento, dedicando alcune disposizioni alla tutela della riservatezza dei genitori. Queste prevedevano la possibilità di inserire un nome di fantasia sopra la sepoltura, garantendo l’anonimato della madre. Similmente, il comune di Torino assicurava anch’esso l’anonimato, attraverso l’incisione di un numero di serie e la data dell’interruzione della gravidanza, ma apriva un’ulteriore gravosa questione etica, attribuendo ad un funzionario pubblico il compito di decidere un nome di fantasia. 

I due interventi possono ritenersi esemplificativi di uno tentativo di garantire il rispetto della vita privata della donna, a condizione che non vi sia alcun rischio di riconducibilità della sepoltura all’identità della stessa. 

Il punto centrale della questione è ad ogni modo quello della necessità del consenso al trattamento di questi dati. Difatti, l’incisione del nome della donna sopra la tomba del feto rivela un’esperienza della vita della salute della stessa e pertanto, ad un trattamento di dati relativi alla salute della donna. 

L’art. 4 par. 15 del Regolamento Europeo 679/2016, per dati relativi alla salute, intende “quei dati personali relativi alla salute fisica o mentale di una persona fisica, compresa la prestazione di servizi di assistenza sanitaria, che rivelano informazioni circa il suo stato di salute”, e di concerto, il considerando n. 35 dà ulteriore conferma che i dati relativi alla salute sono quelle tutte quelle informazioni connesse allo stato di salute fisica o mentale passata, presente o futura dello stesso. Nello specifico, questi dati rientrano all’interno delle categorie particolari di dati personali che meritano una protezione maggiore. Da ciò ne discende che queste informazioni devono essere trattate soltanto per finalità connesse alla salute, oppure, ove necessario per finalità che ad ogni modo, vadano a beneficio delle persone e dell’intera società. 

Per tale motivo, a fronte di un divieto generale, il trattamento di questi dati è consentito solamente in presenza di requisiti specifici, così come indicati dall’art. 9 del Regolamento UE 679/2016 e dal Considerando n. 51. L’unica deroga tra le presenti nel summenzionato articolo, che legittimamente consentirebbe il trattamento dell’informazione relativa all’aborto della donna, è quella del consenso di cui all’art. 9 par. 2 lett. a, che così sancisce: “ l’interessato ha prestato il proprio consenso esplicito al trattamento di tali dati personali per una o più finalità specifiche, salvo nei casi in cui il diritto dell’Unione o degli Stati membri dispone che l’interessato non possa revocare il divieto di cui al paragrafo 1”. 

Consenso quale manifestazione della volontà della donna resa in modo libero, specifico, informato ed inequivocabile e che in questo caso, ma probabilmente anche in altri, non è stato rispettato o nemmeno richiesto. Ciò ha comportato la rivelazione di vicende inerenti alla salute attraverso – quella che potremmo definire– una vera e propria pubblicazione della cartella clinica, del fascicolo sanitario a cui tutti indistintamente possono accedere e conoscere gli aspetti più intimi di una persona. 

Per legge, infatti, gli organismi sanitari pubblici – come nel caso di specie- possono trattare dati concernenti la salute, senza il consenso, a condizione che tali trattamenti siano espressamente autorizzati e le finalità di rilevante interesse pubblico, la tipologia dei dati trattati e le operazioni di trattamento siano specificati. Inoltre, il soggetto pubblico è tenuto ad informare l’interessato in modo esatto ed aggiornato, attraverso un’informativa, che definisca le finalità, modalità del trattamento, oltre che i soggetti o le categorie di soggetti ai quali i dati possono essere comunicati. Si precisa che i dati sanitari possono essere comunicati a terzi, come parenti, familiari, ma pur sempre previo consenso dell’interessato. La struttura sanitaria deve inoltre garantire la conservazione delle informazioni concernenti la salute del paziente all’interno di archivi ad accesso controllato, assicurando l’implementazione di misure di sicurezza tali da impedire l’accesso non autorizzato da parte di terzi. 

In attesa del responso da parte del Garante, secondo le modalità e tempistiche fissate dal Regolamento interno 2/2019, e alla luce di queste prime considerazioni – a parer di chi scrive- non si può che concludere che ci si trovi di fronte ad una gravissima violazione dei dati personali, ad un danno alla riservatezza, alla vita privata e personale delle donne protagoniste di questa vicenda, e ad una determinante negligenza delle strutture sanitarie coinvolte.

Di Fabiola Iraci Gambazza


Immagine: Dayne Topkin su Unsplash

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