Un nuovo provvedimento sull’utilizzo di algoritmi nell’ambito dell’attività amministrativa arriva dal Tribunale di Latina.

Ormai siamo abituati a tante pronunce in materia dei Tribunali amministrativi ma, a seguito della privatizzazione del pubblico impiego, quando la questione concerne il rapporto tra la pubblica amministrazione e i propri dipendenti, spesso è il giudice del lavoro ad essere chiamato a decidere sulla legittimità di un procedimento.

Il caso

La vicenda oggetto dell’ordinanza n. 13497 del 28.12.2021 prende le mosse dalla presunta irregolarità della procedura per il conferimento di alcuni incarichi a tempo determinato per l’anno scolastico 2021/2022.

La ricorrente ha lamentato, in particolare, che l’Ufficio scolastico provinciale competente avrebbe assegnato incarichi di supplenza su posti di sostegno ad aspiranti docenti collocati in posizione successiva rispetto alla stessa, nonché ad aspiranti docenti con punteggio inferiore, ma su sedi non indicate in domanda dall’istante. La mancata assegnazione in proprio favore, secondo la ricorrente avvenuta in violazione delle regole della procedura, le avrebbe comportato gravi danni attuali (perdita dell’incarico e dello stipendio) e futuri (perdita di punteggio per la partecipazione a successive procedure).

Sulla base di queste considerazioni l’insegnante ha presentato ricorso d’urgenza al Tribunale di Latina, chiedendo e ottenendo la condanna del Ministero dell’Istruzione ad attribuirle l’incarico e al pagamento delle spese di lite.

Le motivazioni dell’ordinanza

La decisione del giudice si basa su un’analisi precisa della procedura scelta dall’Amministrazione per l’anno 2021/2022 per il conferimento degli incarichi.

A differenza degli anni precedenti, infatti, l’assegnazione degli incarichi di supplenza per l’anno scolastico in oggetto è stata, questa volta, completamente informatizzata e affidata ad un algoritmo che attribuisce le sedi sulla base di un incrocio tra posizione in graduatoria degli aspiranti docenti e indicazioni preferenziali da questi espresse nella domanda di partecipazione alla procedura.

Ebbene, l’impostazione della procedura, disegnata dal DM 242/2021, prevedeva una serie di conseguenze automatiche scaturenti da azioni o omissioni dei partecipanti. Tra queste ultime il giudice ha esaminato con particolare attenzione la fattispecie della “rinuncia alla sede”, che era prevista dal comma 8 dell’art. 4 dello stesso decreto e alla quale viene ricondotto il caso della ricorrente.

In particolare, per espressa previsione del decreto, la mancata indicazione di talune sedi sarebbe stata intesa quale rinuncia per le sedi non richieste.

Secondo la ricorrente, però, nel caso di rinuncia alla sede – in cui il docente ha presentato tempestivamente istanza telematica e ha quindi un chiaro interesse a partecipare alla procedura straordinaria di reclutamento supplenti ma si è reso disponibile ad assumere l’incarico solo in alcune sedi rientranti nel perimetro geografico dell’USP competente e non in altre – avrebbe comunque dovuto trovare piena applicazione il successivo comma 9 del citato art. 4, ai sensi del quale: “La mancata assegnazione dell’incarico per le classi di concorso o tipologie di posto e per le sedi richieste consente la partecipazione alle successive procedure di conferimento delle nomine a tempo determinato di cui all’articolo 2, comma 4, lettere a) e b) dell’Ordinanza ministeriale, per le quali si applicano gli articoli 4 e 5 del presente decreto in quanto compatibili”.

È qui che, secondo il giudice, ha sbagliato l’algoritmo il quale ha fatto seguire alla rinuncia della sede – che significa semplicemente “rifiutare di partecipare alla procedura per quelle sedi e non rinunciare ad alcun incarico” – le più aspre conseguenze della rinuncia all’incarico, ossia l’estromissione dell’insegnante dall’intera procedura di assegnazione delle supplenze.

La tesi del Ministero resistente respinta totalmente dal Tribunale di Latina è, invece, che la pretermissione della ricorrente dal turno di nomina dovrebbe ritenersi pienamente legittima. Ciò perché, ai sensi dell’art. 14 dell’Ordinanza Ministeriale n. 60/2020 (“la rinuncia ad una proposta di assunzione o l’assenza alla convocazione comportano la perdita della possibilità di conseguire supplenze sulla base delle GAE e GPS per il medesimo insegnamento”) – secondo il giudice non applicabile alla procedura in oggetto – la ricorrente andrebbe considerata “rinunciataria dell’incarico”.

Conclusioni

Quello in esame è un altro dei numerosi casi in cui emergono in modo tangibile i rischi legati all’automazione dei procedimenti amministrativi.

Non v’è dubbio che, come evidenziato dalla giurisprudenza in materia, l’informatizzazione comporti evidenti vantaggi di efficienza ed economicità in tutti i casi in cui l’amministrazione agisce per l’esercizio di un potere o nello svolgimento di attività negoziali.

Solo una regolamentazione certa dell’utilizzo di soluzioni basate su algoritmi e intelligenza artificiale in ambito pubblico, però, può scongiurare i rischi che inevitabilmente si prospettano accanto ai vantaggi.

Fondamentali risultano anche i controlli ex ante ed ex post sulle soluzioni impiegate nell’ambito dell’attività amministrativa.

Del resto, anche con riferimento al caso di specie, non sbilanciandosi il provvedimento sulle ragioni tecniche che in concreto hanno causato l’estromissione della ricorrente, potrebbe trattarsi tanto di un errore in fase di programmazione determinato dall’erronea interpretazione normativa propugnata dal Ministero anche in giudizio, quanto di un errore di funzionamento che, anche una soluzione ben congegnata, può fare, se non adeguatamente testata e collaudata.

In ogni caso, questa volta ci ha pensato il giudice che ha bocciato l’algoritmo e il Ministero, eccessivamente severi, salvando incarico e punteggio della docente.

Francesca Ricciulli

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