Con decreto di archiviazione il Giudice di Milano ha dichiarato l’insussistenza di violazioni di norme di cautela, da parte degli indagati, direttamente riconducibili al tragico epilogo.

Di Stefano Aterno


Con decreto di archiviazione del 21 marzo 2021 il Giudice per le indagini preliminari di Milano, ha chiuso un procedimento iscritto contro alcuni soggetti indagati del reato di cui all’art. 580 c.p. (istigazione al suicidio) in seguito alla tragica scomparsa di un ragazzo quattordicenne il quale aveva tentato di eseguire su sé stesso le pratiche estremamente pericolose (tra cui la cd. “sfida del blackout”) rappresentate in alcuni video caricati da terzi sulla piattaforma Youtube. Il Giudice, anche nei confronti di Youtube, non ha ritenuto di individuare alcun illecito amministrativo.

A seguito di una perquisizione dell’appartamento, della stanza ragazzo e del diario scolastico non si rinveniva alcun messaggio riconducibile a un gesto suicidario.

Accanto al corpo del ragazzo sempre nella stanza veniva sequestrato il suo telefono cellulare unico strumento informatico in uso al minore.

L’acquisizione e l’analisi forense del telefono evidenziava che poche ore prima del rinvenimento del corpo il ragazzo aveva visualizzato un video sul portale YouTube, dal titolo “5 Challenge Pericolosissime che i ragazzi fanno per internet” caricato sul canale “Infinito”. In tale video venivano descritte cinque pratiche estremamente pericolose messe in atto dai ragazzi al fine di riprendersi e “postare” i video sulla rete. Venivano individuati almeno altri 14 video contenenti la descrizione del fenomeno, in particolare un video di discussione del fenomeno e 13 video di emulazione dello stesso.

lo stesso autore del video visualizzato da moltissime persone raccomandava di non imitare tali gesti, evidenziandone la pericolosità. Tra le pratiche descritte, in particolare, ne veniva riportata una denominata “sfida del blackout” – anche detta “space monkey” o “shoking game”- basata sulla volontaria adozione di tecniche di soffocamento, finalizzate a provocare transitoria perdita di coscienza, per poi risvegliarsi in uno stato di “ebbrezza”.

L’ analisi integrale del contenuto del telefono cellulare in uso al ragazzo, sul quale non venivano rinvenuti elementi riconducibili a propositi suicidiari nonchè le sommarie informazioni raccolte e gli esiti dell’esame autoptico effettuato

confermavano che lo stesso non aveva mai sofferto di disturbi di natura psichica o depressiva e non aveva manifestato significativi disagi in epoca prossima al fatto.  Sostanzialmente aveva peraltro provato ad eseguire su sé stesso la tecnica di soffocamento sopra menzionata, dopo aver visionato il video sulla rete, rimanendo in questo modo vittima di un tragico incidente.

Nell’immediatezza dei fatti, segnatamente in data 15-9-2018 ore 11.52 veniva dunque disposto d’urgenza – e convalidato dal Giudie per le indagini preliminari il sequestro preventivo della pagina internet visitata dal minore ( sul canale YouTube “Infinito”‘) e di quelle analoghe all’interno delle quali veniva proposta la “sfida del blackout”.

La società YouTube LLC, alla quale veniva notificato il provvedimento inibitorio, rendeva immediatamente inaccessibile o rimuoveva i contenuti raggiungibili agli U.R.L. indicati nei decreti di sequestro e forniva altresì i file di Log relativi ai canali ai quali erano stati registrati accessi recenti. La società Telecom Italia S.p.A. a sua volta forniva agli inquirenti i tabulati relativi agli indirizzi IP forniti da Google.

Tra questi, le successive indagini portavano ad attribuire la disponibilità dei canali youtube ad alcuni soggetti che venivano rintracciati e sottoposti ad interrogatorio.

La “sfida del blackout” è «una pratica che consiste nel privarsi dell’aria per periodi sempre più lunghi fino a svenire e poi riprendere conoscenza: lo scopo della sfida è sperimentare le stesse sensazioni di quando si sta morendo, o l’euforia di quando a 7 mila metri di quota ci si trova senza ossigeno. La vittima aveva raggiunto il livello 5, molto avanzato. Il suo intento, come puntualmente ricostruito dagli inquirenti, era in buona sostanza non quello di privarsi della vita, ma di cimentarsi nella sfida del soffocamento per provare l’ebbrezza dello svenimento per pochi minuti». In relazione alla prova della sussistenza del fatto è stato possibile ritenere integrati gli elementi costitutivi della condotta, come descritti dal Legislatore nella fattispecie incriminatrice di cui all’art. 580 cp[1] in quanto la volontà suicidiaria non è mai esistita nel ragazzo, non è mai stata determinata, né agevolata, né rafforzata.

Sotto il profilo dell’elemento soggettivo, e quindi in relazione alle condotte poste in essere dagli utenti che hanno caricato i video nonché  alle condotte poste in essere dalla piattaforma Youtube, il Giudice ha ritenuto di escludere che si possa individuare la prova dell’elemento soggettivo consistente nel dolo, anche solo generico od eventuale, di far sorgere, rafforzare o agevolare il proposito suicidiario nella indistinta platea degli utenti della rete internet, potenziali destinatari del video.

Secondo il Giudice, il video non pare affatto finalizzato ad incentivare realmente la loro emulazione in quanto ricorrono frequentemente nel video espressioni quali: “pericoli in cui incorrono i teenager di oggi […] rischiano di essere pericolosi e, senza un po’ di testa, si rischia di finire molto male […] sembra assurdo, ma è così ed è pure molto pericoloso […] che assolutamente non andrebbe fatta”»; dall’altro lato vi sono continui  riferimenti specifici alla “sfida del blackout” in relazione alla quale «l’autore del video ne sottolineava il carattere “assolutamente pericolosissimo” e inseriva, “ad hoc”, nel video l’immagine di un giovane in ospedale in gravi condizioni, proprio per evidenziare l’esistenza di una consistente, concreta e reale probabilità che a tale pratica conseguissero effetti pregiudizievoli su chi avesse provato ad emulare i comportamenti narrati ribadendo come nessuno dei “giochi” illustrati dovesse essere sperimentato. Addirittura con riferimento ad uno specifico video pubblicato dal uno degli indagati, lo stesso titolo del clip recitava: “[Video shock] Gioco pericoloso non farlo a casa potresti morire!!

Dopo aver escluso la fattispecie di cui all’art. 580 c.p. – tanto quanto all’elemento oggettivo che soggettivo – il Giudice ha ritenuto di escludere, in sede di riqualificazione del fatto, anche l’ipotesi di omicidio colposo, in quanto non sono stati ritenuti configurabili né profili di colpa della condotta degli indagati – o di altri soggetti responsabili del sito su cui i video per cui è processo sono girati – né la sussistenza di un nesso di causalità tra eventuali condotte (anche omissive ed eventualmente qualificabili come negligenti imprudenti o imperite o inosservanti di leggi, regolamenti, ordini e discipline) e l’evento morte come si è concretamente verificato.

E’ molto importante anche che chi ha formato il video abbia spiegato con estrema chiarezza la natura assolutamente rischiosa delle condotte descritte; abbia formulato numerosi, ripetuti, espliciti avvertimenti sia verbali, sia sotto forma di immagini proprio al fine di evidenziare, ammonire e rendere accorti gli utenti sulle conseguenze pregiudizievoli che verosimilmente avrebbe subito chi avesse provato ad emulare i comportamenti riprodotti in quel video.

Anche alla luce di una serie di circostanze messe a disposizione dalla società Youtube (tra le quali il numero di visualizzazioni del video ed i commenti) è stato possibile escludere con certezza la sussistenza, in capo all’autore del video, di una colpa per omessa previsione dell’evento.  E’ stato infatti ritenuto assolutamente insussistente un nesso di prevedibilità con l’evento, non essendo possibile affermare che chi ha consentito la pubblicazione e la mancata rimozione di quel video, usando l’ordinaria diligenza avrebbe potuto prevedere, dopo due anni dalla realizzazione e dalla divulgazione del video, la verificazione della tragica morte del giovane.

Da ultimo, il Giudice affronta la posizione della società Youtube, nei confronti della quale il Giudice ha ritenuto di non individuare alcun illecito amministrativo.

Infatti, come emerge dalla lettura del decreto, il tema dell’adeguatezza delle procedure aziendali adottate dalla società Yotube LLC (Google LLC) e delle “regole della community” è un tema attuale e dibattuto sul quale l’autorità giudiziaria è stata più volte investita della questione relativa agli obblighi di monitoraggio della rete da parte degli Internet Service Provider e, in particolare, degli hosting provider [2]Ma per tutto quanto esposto, tuttavia, conclude il Giudice, «la vicenda oggetto del presente procedimento – che pure può rappresentare momento di riflessione e confronto, anche de iure condendo – non consente ulteriori considerazioni, dovendosi dare atto dell’insussistenza di violazioni di norme di cautela, da parte degli indagati, direttamente riconducibili al tragico epilogo».


[1] Art.580 codice penale (Istigazione al suicidio)- Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima.

Le pene sono aumentate se la persona istigata o eccitata o aiutata si trova in una delle condizioni indicate nei numeri 1 e 2 dell’articolo precedente. Nondimeno, se la persona suddetta è minore degli anni quattordici o comunque è priva della capacità d’intendere o di volere si applicano le disposizioni relative all’omicidio.

[2] Si pensi al caso che ha chiamato in causa proprio GOOGLE LLC, Cass. pen., Sez. III, 17 dicembre 2013 e, sotto altro profilo, Cass, civ., Sez. I, n. 7708 e 7709 del 19/3/2019.

Immagine di Szabo Viktor su Unsplash

Author Stefano Aterno

More posts by Stefano Aterno